Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso.

La compagnia teatrale Kepler-452 offre al pubblico del Mittelfest 2018 uno spettacolo teatrale di rara intensità emotiva. Nella platea del Teatro Ristori di Cividale non ci sono posti vuoti, forse perché i tre attori, Paola Aiello, Lodovico Guenzi e Nicola Borghesi, anche regista e, insieme con Paola e Enrico Baraldi pure drammaturgo, si sono diplomati alla Civica Accademia d’Arte Drammatica di Udine e pertanto hanno numerosi amici, almeno nel capoluogo friulano. E poi c’è quell’accattivante titolo, “Il giardino dei ciliegi“, di per sé una garanzia che, comunque vada, si avrà a che fare con il capolavoro di Cechov, per quanto il sottotitolo dello spettacolo, “Trent”anni di felicità in comodato d’uso” assicuri che il testo cecoviano è solo un pretesto per affrontare un tema d’attualità.

Bastano pochi minuti di rappresentazione perché il pubblico capisca che il titolo dello spettacolo è uno solo nella sua interezza, che non è un sottotitolo quell’aggiunta dei “trent’anni di felicità in comodato d’uso” e che non c’è nessuna subordinazione fra il giardino della possidente Ranèvskaja (Ljuba) e la casa colonica dei bolognesi Annalisa e Giuliano Bianchi. Le due vicende corrono in parallelo alternandosi e fondendosi, quasi reciprocamente commentandosi. Annalisa e Giuliano sono lì, sul palco, assieme agli attori che raccontano la loro storia di due sfrattati e la innestano sul testo di Cechov sia per dimostrare quanto l’autore russo sia attuale sia per dare voce autorevole, sul piano almeno etico ed emotivo, a chi soccombe e viene calpestato. La violenza proviene da chi si serve dell’autorità conferitagli dai cittadini per fare l’interesse proprio anziché quello della collettività, soprattutto dei più deboli. “Annalisa e Giuliano Bianchi, fondatori di un’associazione che si occupa di animali, hanno vissuto trent’anni in una casa colonica concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune di Bologna…Nel 2015 ricevono un avviso di sfratto: in quella zona sarebbe stato costruito il più grande parco agro-alimentare del mondo:” FICO, Fabbrica Italiana Contadina, un faraonico centro commerciale  in perfetta sintonia con l’odierna tendenza verso il più disinvolto capitalismo, capace di omologare anche i cosiddetti prodotti agroalimentari, più o meno ecologici, per farne oggetto di desiderio consumistico. A parte l’amara constatazione che anche la “rossa” Bologna si sia votata al dio denaro ad ogni costo, a scapito degli ultimi, lo spettacolo commuove per la sua efficacia e forza della verità, per la sua intelligente contaminazione di realtà e finzione.

A volte  è impossibile distinguere i due piani, quello del teatro e quello della vita. Annalisa e Giuliano, la coppia sfrattata e ormai imprigionata in un residence scalcinato, sono lì, di fronte al pubblico e leggono con il copione in mano le battute del “Giardino dei ciliegi” senza preoccuparsi di dizione, impostazione della voce, pause e tutto il resto. Sanno di non essere sul palco per fare gli attori, ma solo per poter dire, l’una nei panni di Ljuba e l’altro in quelli di suo fratello Gaev: “la stessa sorte che è toccata a questi personaggi è successa anche a noi che non apparteniamo per nulla alla ricca borghesia russa prossima ad essere travolta dalla rivoluzione, noi siamo due persone modeste ed eravamo felici fino a quando lo sfratto ci ha fatto perdere tutto quello che avevamo, il nostro giardino dei ciliegi”. Alternano le battute cecoviane con frammenti della loro disavventura il cui responsabile è il Comune di Bologna. I giovani attori, Paola. Lodovico e Nicola, fanno altrettanto e raccontano come li hanno conosciuti, frequentati e come abbiano trovato una mutua opportunità di raccontare quella storia. La consapevolezza che non vi sia la quarta parete e che il pubblico debba sentirsi partecipe del problema, costringe tutti i recitanti a momenti di sincerità che non escludono il riconoscimento delle proprie contraddizioni. Lodovico che sul palco rappresenta se stesso ed anche il personaggio di Lopachin (oltre tutto in modo eccellente), si accusa di non poter prendere una posizione netta in quanto è e rimane un borghese, non potrebbe mai immedesimarsi del tutto nei personaggi di Annalisa e Giuliano, per quanto turbato dalle tristi condizioni di chi soffre. E non si può, né si deve capire se in quel momento a parlare sia il personaggio di Cechov o il ragazzo dell’Accademia. Sono entrambi veri, straordinariamente autentici. Tutti, attori e non attori lo sono su quel palco  e gli spettatori manifestano la loro partecipe solidarietà con un lungo applauso, del tutto meritato.