HERO 2.0 Mittelfest 2018

“…accordate il gesto alle parole, la parola al gesto, avendo cura di non superare la modestia della natura” (atto III, scena II). Amleto spiega agli attori come devono recitare davanti allo zio Claudio nello spettacolo “Trappola per topi” che è una rappresentazione interna alla messa in scena del testo shakespeariano. È uno dei tanti esempi di “teatro nel teatro” corredato da precetti sul linguaggio e sulle tecniche di recitazione; Amleto espone ai suoi attori una grammatica teatrale con cui costruire i messaggi in modo da ottenere il massimo effetto. La stessa cosa fanno gli sloveni Uroš Kaurin e Vito Weis che hanno scritto, diretto e interpretato “Hero 2.0”, gustosissimo spettacolo ospite a Cividale del Friuli per il Mittelfest 2018, mercoledì 11 e giovedì 12 luglio.

Il pubblico del Teatro “Ristori”, necessariamente ridotto, trova posto sulle gradinate allestite sul palco. La prima fila si trova a due passi dalla pedana su cui gli attori recitano. Uroš e Vito si rivolgono direttamente al pubblico ricordando a chi sta seduto in prima linea che difficilmente potrà evitare la saliva schizzata dalla bocca del performer nel momento di raptus interpretativo. Infatti, i due attori intendono spiegare e dimostrare che cos’è il teatro, come si fa, o meglio in che cosa consiste il lavoro dell’attore su se stesso. Ecco, come in Shakespeare, si espone una metalinguistica teatrale, in questo caso giocata con bonaria irriverenza, sapiente comicità, amichevole ironia verso tutto e tutti, in primo luogo verso se stessi. I due bravissimi attori vogliono far capire che si può intrattenere il pubblico e divertirlo, anzi interessarlo seriamente fra una risatina e l’altra, con uno spettacolo talmente povero da dover rinunciare a tecnici, donna delle pulizie, costumi, effetti e tutto ciò che rende possibile una rappresentazione di stampo tradizionale.

Fanno tutto loro, i due giovani interpreti. Per dimostrare che non si avvalgono di nulla, all’inizio distruggono a martellate i loro cellulari, escono,  rientrano senza indumenti e recitano per tutto il tempo dello spettacolo completamente nudi. Attenzione: nel corso della performance si cita, oltre che Shakespeare e molti altri, anche Grotowski per cui la nudità di Uroš e Vito potrebbe essere una pacata e amichevole dichiarazione di superiorità sul maestro in merito alla poetica del “teatro povero”. I due giovani ricordano le loro prime esperienze teatrali, a partire dalla scuola d’infanzia e dalle elementari, quando interpretavano grilli, rane e conigli sotto la direzione artistica di maestre che insegnavano soltanto a fare i versi degli animali. Giungono alla maturità artistica grazie all’apprendimento del “metodo”. A questo punto passano in rassegna, facendone il verso, le tecniche acquisite nelle scuole di recitazione. Naturalmente la parodia è possibile grazie al pieno possesso di competenze acquisite, per cui la presa in giro è anche una camuffata dichiarazione d’amore. È ancora il verso del grillo e della rana.

I due sembrano competere, a volte litigare fra loro. Ognuno vuole attribuirsi il primato dell’attore recitante “il monologo dei monologhi” che in realtà diviene “il dialogo dei dialoghi” in quanto il loro stesso conflitto è una convenzione teatrale sotto cui si nasconde un grande affiatamento e una completa intesa fra amici legati da sincera cordialità. L’intesa fra i due diviene contagiosa e gli spettatori se ne sentono investiti; li trovano simpatici, autentici, umanamente veri e simili a tutte le persone comuni. I due giovani attori sono innovativi nella loro semplicità, comprensibili nel loro autentico anticonformismo, più radicali ed eloquenti delle più astruse e incomprensibili avanguardie. Spiegano che il “metodo” è una tecnica. Non ritengono di dover citare Stanislavskij o Brecht, perché sono convinti che ogni attore, dopo aver acquisito i rudimenti del mestiere, deve trovare la sua strada. Uroš e Vito si alternano nel pronunciare la parola slovena “jaz” (io) a seconda delle indicazioni del compagno: triste, arrabbiato ecc. per un numero altissimo di modi. Poi danno prova che anche l’emozione dell’attore è frutto di una tecnica che consiste, per esempio, nel guardare fissamente un faro e autosuggestionarsi. Entrambi gli attori versano lacrime vere e sono scossi dai singhiozzi o parlando  di sé o raccontando la fiaba di “Il principe infelice” di Oscar Wilde. Il pubblico subisce la fascinazione dell’attore e vive l’intensità di quella sua commozione, pur sapendo che si tratta di un’esperienza artificiale. È anche così che gli attori fanno comprendere come il teatro sia straordinariamente vero soltanto nel momento in cui è una menzogna, perfettamente costruita, da cui è bello e saggio lasciarsi ingannare.