HINKEMANN. Mittelfest 2018

Il regista bosniaco Igor Vuk Torbica, dopo i successi e i premi meritati in Serbia e in Croazia, approda al Teatro Nuovo Giovanni da Udine con lo spettacolo “Hinkemann”, nel cartellone del Mittelfest 2018. Il testo, “ricavato” da Ernst Toller, è scritto dalla drammaturga Katarina Pejović per il Teatro dei Giovani di Zagabria. Gli attori sono indiscutibilmente bravi e il regista dimostra di possedere talento. Anche qui da noi questo “Hinkemann” piace. Non a tutti, però. Le perplessità non sono certamente dovute a temi o immagini irriverenti nei confronti della morale conformista (qualche nudo, la storia di un reduce tedesco della Guerra ’14-’18,  cui è stato amputato il pene a causa di una ferita).

I dubbi derivano dal fatto che la composizione è confusa a livello drammaturgico, contraddittoria, a volte disorganica, ma forse solo per chi non conosce il croato e si serve della traduzione dei sottotitoli, probabilmente non completa o imprecisa. Il regista, inoltre, dichiara di appartenere alla schiera di coloro che vogliono rallentare  il ritmo del teatro senza renderlo noioso. Con “Hinkemann” Igor Vuk Torbica tiene fede alla sua poetica, soprattutto per quanto riguarda la prima parte della sua dichiarazione. Le uniche scene con ritmo sostenuto sono quelle in cui il commento musicale induce gli attori a ballare come se fossero in una discoteca. Lo spettatore che non ha letto nulla di Toller e non sa cosa sta per vedere è facilitato nel seguire una storia che è frutto di una radicale riscrittura del dramma espressionista. Della scrittura originale di Toller si conserva forse a mala pena un terzo. I due terzi sono tessere ricavate da altri drammi di Toller (ben riconoscibile “La svolta”) oppure sono scene, a volte lunghissime e lente, interamente scritte ex novo e del tutto estranee alla drammaturgia dell’autore tedesco. Questo non è un problema e tanto meno un limite.

Molti teatranti prendono lo spunto da un autore classico per farne un’altra cosa. Così, nella versione di Torbica il tema non è più la Germania mutilata del primo Dopoguerra, una Germania al tempo stesso reazionaria che deride le sue vittime, come il reduce Hinkemann che ne è metafora,  ossia  un Paese antidemocratico pronto a stroncare nel sangue le rivendicazioni della classe operaia in difesa della quale Toller militava finendo in carcere, mentre venivano assassinati Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. A Torbica interessa descrivere e giudicare, sempre servendosi delle metafore di Toller, il contesto contemporaneo, per dire che il Vecchio Continente non ha imparato nulla dalla storia e che sta precipitando verso un nuovo conflitto. La battuta ricorrente dello spettacolo è “ci sarà un’altra guerra”; si allude a un futuro prossimo a noi cittadini di questa Europa Unita, ingannati dai potenti e spesso deprivati di dignità come Edgar Hinkemann. Ci sarà un altro bagno di sangue e di nuovo si ammucchieranno i cadaveri nelle piazze, come si rappresenta nella scena finale, in cui il direttore del circo tinge di rosso tutti i personaggi con un tubo di gomma dal getto a raggiera. L’eunuco Edgar e la sua compagna Grete si uccidono perché non trovano rimedio alla loro sofferenza.

Certo, la condizione di Edgar Hinkemann è metafora in Toller come nello spettacolo di Igor Vuk Torbica di un mondo castrato da autorità tanto arroganti quanto insindacabili. Significa che, terminata una guerra, se ne prepara subito un’altra. Questo si capisce molto bene. Si capisce anche perché il regista dia allo spettacolo una cornice circense e faccia del direttore, semplice comparsa in Toller, quasi il protagonista del clownesco gioco del potere che prepara il massacro per interessi di parte. Sfugge o non si spiega, invece, come e perché avanzi la catastrofe, chi ne sia responsabile più degli altri, chi sia complice inconsapevole e alimenti l’ondata di razzismo, nazionalismo, populismo ecc. Su questo versante dei significati lo spettacolo tradisce tutta la sua debolezza e rende opachi i segni, sia quelli presi da Toller, sia quelli voluti dal regista e dalla sua drammaturga Katarina Pejović. Le domande senza risposta  sono molte. Perché viene eliminata la scena del bar, attualissima,  in cui si dimostra che i poveri avranno sempre la peggio perché indotti a farsi guerra tra loro? Perché, invece, si conserva la scena della madre che viene a dire a Edgar che il padre, fuggito con l’amante e creduto morto, è ritornato vecchio e malato? In Toller la scena con la madre serve a dimostrare che il protagonista è sfruttato anche dai traditori: Hinkemann dovrà regalare al padre in miseria, che lo ha abbandonato, il suo abito buono. Nello spettacolo questa scena è solo una lungaggine che rallenta.

Perché si rende così indefinito il rapporto fra Edgar e la moglie, così umanamente toccante in Toller? Infine quale significato dobbiamo dare al confuso mixage di inni nazionali e inno europeo nel finale, con quella doccia di sangue all’ombra di un monumento con le statue dei due coniugi suicidi, con Grete nella posizione della statua della libertà nella baia di Manhattan, che tiene per mano Edgar? Se il reduce ridotto a eunuco è metafora dell’Europa mutilata tenuta per mano dagli USA, perché il regista raffigura Grete che tiene sollevato e teso il braccio sinistro e non il destro come nel modello originale e cosa tiene in mano al posto della fiaccola a illuminare il cammino dell’umanità? Troppe cose, troppi indizi affastellati e stemperati, a volte non necessari in una cornice spazio-temporale diluita. Queste le perplessità.