Sunday

120 spettatori vengono accompagnati, lungo i corridoi di servizio, sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e qui trovano il personale incaricato di distribuire il pubblico sulle gradinate con poltroncine rosse e sui cuscini ugualmente rossi sul pavimento, secondo uno schema a “L” che sicuramente conterrà la performance. Il terzo lato del palco è chiuso dal sipario metallico di sicurezza che esclude platea e gallerie e il quarto funge da quinta per i danzatori. Lo spazio della rappresentazione è una scatola nera circondata da un alone di luce che illumina debolmente il pubblico a sua volta cornice incompleta, si direbbe spezzata, di un centro di gravità buio come una voragine. Si rappresenta “Sunday”, una coreografia di Adrienn Hòd, un’artista ungherese che sta riscuotendo un sempre maggiore successo internazionale per le sue aspirazioni innovative in campo coreutico. Lo spettacolo, nel programma del Mittelfest di Cividale 2018, è uno dei cinque appuntamenti ospitati dal teatro udinese, dove la stessa Adrienn Hod porterà un’altra sua creazione, “Solos”, in cartellone per martedì 10 luglio. Che il fine cui tende la Hòd sia quello di rinnovare la danza moderna è fuori discussione e risulta a tutti evidente. I possibili punti di riferimento e i debiti nei confronti di altri innovatori o di tecniche mutuate da diverse discipline, vengono destrutturati e ricostruiti secondo un linguaggio che risulta formato da neologismi. Non si pensa affatto al virtuosismo visionario di  Forsythe, eppure in forma trasfigurata quel precedente è sottointeso, né al teatro-danza di Pina Bausch, eppure la prima parte di “Sunday” ricorda le confessioni dei performer di Pina, e si potrebbe continuare a fare citazioni di “arti e mestieri”. Ecco, Forsythe e Bausch sembrano ormai dei classici contro cui è il momento di reagire in nome della modernità…ultima generazione. Certo, gli spettacoli innovativi o, per usare un termine ormai anacronistico, di avanguardia, rischiano di essere troppo polivalenti e indecifrabili per l’insufficienza di strumenti interpretativi consolidati e condivisi e, per questa ragione, possono non piacere, lasciare sconcertati oppure entusiasmare senza ritegno gli amanti delle novità ad ogni costo. C’è chi trova nelle coreografie di Adrienn Hòd la stessa atmosfera che si respira nelle opere di Bosch e di Pasolini. Insomma, si può dire di tutto e il contrario di tutto. Polivalenza di una contemporaneità sfuggente. La carenza degli strumenti interpretativi è dovuta alla novità delle convenzioni teatrali e coreografiche che non hanno ancora una grammatica e un lessico condivisi. Ma forse è proprio questa la cifra di tanta arte contemporanea che meglio non potrebbe esprimere il non senso di una civiltà affetta da irreversibile senescenza. Se i Millennials, ossia i giovani del terzo millennio, sono il tema di questa edizione del Mittelfest, “Sunday” della Hòd ci mostra che cosa sono i giovani di oggi; ce li fa vedere nell’atto di rappresentare se stessi in relazione a un mondo in cui essi non trovano plausibile collocazione.

E allora si inizia lo spettacolo con un lungo prologo di 30 minuti in cui gli attori parlano di se stessi, dei loro progetti, delle loro esperienze professionali o esistenziali, delle loro speranze riposte nell’arte coreutica come unica via di salvezza e gratificazione. L’avvio è lento e prolungato e si fa pesante per chi non conosce l’inglese. Poi inizia la parte musicale e si comprende che la lentezza iniziale è funzionale al crescendo di suoni e gesti che subito promettono di non conoscere limiti. Si giunge ad un linguaggio del corpo che rinuncia alla parola, già unica protagonista della prima parte, per quanto accompagnata da gesti sia pure non pertinenti al codice verbale, ma in qualche modo evocativi. Il corpo diviene strumento di scrittura polisemica con un alfabeto che sembra formarsi e sciogliersi  ad un ritmo accelerato. Le “lettere” si uniscono a formare composizioni, per poi rendersi autonome e esibirsi individualmente. Si assiste al “farsi e disfarsi” del linguaggio. L’impressione è che si tratti di una lingua che aspetta un esperto in grado di decodificarla. Troppo nuova o troppo antica. Il ritmo diventa frenetico; i danzatori, per lo più completamente nudi, grondano sudore che fa scorrere sui loro corpi rivoli di vernici nere, verdi e rosse con cui hanno imbrattato i loro corpi. Il dinamismo diviene l’unico referente e brucia ogni contenuto, si fa frenesia irrazionale, dionisiaca, secondo una modalità rituale fuori del tempo. Gli artisti sembrano posseduti da una forza incontrollabile scatenata da loro stessi. L’approdo di questi danzatori forse è verso l’irrazionalità, e potrebbe sconcertare, ma la loro forza suggestiona e contamina il pubblico ed è inutile porsi la domanda se l’esperienza sia costruttiva o distruttiva. Prolungati gli applausi.