recensione di Gianni Cianchi

Indefinito

Teatro Nuovo Giovanni da Udine
mercoledì 27 Novembre 2019

Sabato 28 e domenica 29 dicembre la rassegna per una nuova danza “Off Label”, organizzata dalla Compagnia Arearea di Udine in collaborazione con l’ERT del Friuli Venezia Giulia, ripropone al pubblico dello Studio di via Maniago uno spettacolo coreutico che già una decina di anni fa ha riscosso un notevole successo. Si tratta di “Indefinito” che i due interpreti Roberto Cocconi e Luca Zampar, coadiuvati dall’allestimento di Maria Elisabetta Novello e dalla musica elettronica di Walter Sguazzin, corredano con il sottotitolo “Atto II” per suggerire che “Indefinito” evita la semplice ripresa del repertorio e si configura come evoluzione, approfondimento o virtuosistico succedersi di variazioni sul tema già trattato. Che si tratti di una revisione e di una messa a punto in termini d’aggiornamento della prima versione è indiscutibile, anche se è impossibile valutare, almeno per chi non possiede la videoregistrazione di allora, le differenze e le aggiunte fra due spettacoli distanti fra loro di un decennio. Sul pavimento è disegnato con la cenere un elegante e ricco mandala. Che si voglia alludere alla tradizione induista e alla rappresentazione del cosmo non pare casuale. Ciò che conta, tuttavia, è il modo in cui i due danzatori scompongono e riducono in cenere informe l’allestimento su cui muovono i passi e rotolano con i loro corpi. Il disegno è destinato ad essere cancellato, ma nel suo disfarsi rivela la struttura cinesica e prossemica della danza. Il percorso direzionale dei due danzatori avviene per un lungo periodo, che funge da introduzione, sempre lungo lo stesso diametro creando un sentiero che divide a metà il cerchio del mandala. Questa è la parte in cui gesti scattanti, nervosi e sincopati si alternano con altri armoniosi per poi tradursi in posture flessuose come quelle in cui sono rappresentati con la pietra i corpi di danzatori e divinità di certi templi indiani. Ogni parte del corpo che tende in una direzione deve essere compensata da un’altra che volge in senso contrario. La grammatica è quella delle danza degli opposti di tanta arte orientale. I movimenti dei due interpreti, ora leggibili, ora volutamente complessi e disarticolati, fanno pensare al disordine, quello stesso per esempio che comporta la distruzione del disegno ossia del mondo, ma approdano sempre al tema dell’unione e della solidarietà, perché finiscono per essere eseguiti dai due danzatori in forma simmetrica, uguale e perfettamente sincronica. In questo modo l’anarchia dell’improvvisazione trova un suo ordine grazie al rispetto di un codice espressivo comune. Questa grammatica regolatrice consente di esorcizzare il caos, rende simili le azioni fisiche e le forze interiori che animano i danzatori. L’incontro e il dialogo coreutico non esclude l’individualità come attestano i due bellissimi “a solo” di Roberto e Luca. Nella seconda parte il movimento si svolge lungo un diametro perpendicolare al precedente. In seguito i corpi rotolano, si intrecciano, si scavalcano cancellando completamente il mandala che, ridotto in polvere, una videocamera proietta su uno schermo. I due danzatori smuovono con un piede la cenere come se cercassero il sostrato del disegno scomparso, ciò che lo sosteneva, si direbbe la struttura del mondo. Alla fine calpestano sul proscenio un mucchio di cenere colpito dalla luce di un faro. La polvere si solleva. Sullo schermo la nebbia riproduce la riduzione in cenere dello spazio in cui i protagonisti hanno affidato alla danza il compito di esprimere il loro indefinito rapporto di uomini e artisti con un mondo che potrebbe dissolversi come la cenere sul pavimento.

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