di Gianni Cianchi

Morte di un commesso viaggiatore

Il dramma di Arthur Miller “Morte di un commesso viaggiatore” risale al 1949 e al suo debutto suscitò vivaci polemiche negli Stati Uniti, soprattutto da parte di coloro che vedevano dissacrato il “sogno americano”, ossia quella ossessione tipicamente USA di dover essere i migliori, i primi in ogni campo, uomini fatti apposta per essere esempio e modello inarrivabile per i mediocri destinati al fallimento. Miller sceglie di analizzare con i suoi testi e soprattutto con “Morte di un commesso viaggiatore” la frustrazione e l’avvilimento cui sono costretti coloro che non riescono a tenere il passo con i tempi perché non possiedono le qualità per competere con armi adeguate nella corsa al successo economico. Leo Muscato mette in scena il dramma di Miller nella traduzione di Masolino D’amico, rispettando il testo senza interventi sperimentali o riletture originali perché non ritiene di aggiornare la tematica che già di per sé presenta molti punti di contatto con l’odierna situazione di degrado economico e morale. Non si parla solo di crisi e di deriva del ceto medio, ma si affrontano con singolare lucidità temi esistenziali quali il conflitto generazionale, le debolezze, i limiti umani, l’emarginazione, la perdita di credibilità ed efficienza per l’avanzare dell’età. Lo spettacolo, al Giovanni da Udine dal 21 al 23 febbraio,  cattura l’attenzione del pubblico per tutta la sua non breve durata. La storia di Willy Loman (interpretato da Alessandro Haber, dalla recitazione efficace per quanto indebolita da una gestualità un po’ impacciata e dalla velocità dell’eloquio) è un percorso mentale, quasi un testamento o una ricostruzione dei motivi che spingono un uomo, giunto al termine della sua vita attiva e deluso in tutte le sue aspettative, a suicidarsi. Il bilancio di una vita fallimentare richiama nel presente episodi e occasioni mancate del passato. Il presente fa riaffiorare il passato, ne viene interrotto o contagiato in un flusso di coscienza sincronico. Ritornano personaggi scomparsi o irrompono sulla scena gli stessi protagonisti come erano o credevano di essere al tempo delle grandi speranze. Non si tratta di flashback in quanto la mente non ritorna al passato nella dimensione della memoria. Il passato invade il presente e si fa vivo come coscienza delle aspirazioni frustrate. Non è il tempo della regressione, ma scadenza che si fa presente a richiedere il prezzo da pagare. Willy è convinto che i due figli Biff e Happy (particolarmente bravo Alberto Onofrietti nel ruolo di Biff) avranno successo grazie alla loro prestanza fisica, ma deve constatare che le sue ambizioni sono miseramente cadute, eppure insiste con l’imporre il miraggio del successo ai due ragazzi mentendo a se stesso e costringendo i figli a mentire per non riconoscere la propria insufficienza. La menzogna diventa anche lo strumento necessario a nutrire un senso di pietà per sé e per gli altri colpiti dallo stesso male. Impossibile delineare un confine netto fra ambizione e umiltà, fra rancore e amore, responsabilità di figli e di genitori, fra dedizione coniugale e inganno. Tutti i sentimenti e i loro opposti si mescolano proprio come si contaminano presente e passato. Rimane la protesta finale di Biff che rimprovera al padre di non averlo mai accettato per ciò che è, di avergli imposto il mito del successo economico come se questo fosse l’unico valore da perseguire. E rimane anche l’autoinganno, persiste la menzogna. L’altro figlio Happy, un vanesio sfaccendato, capace solo di rincorrere donne “facili”, di mentire per inventarsi un posto di lavoro, al funerale di Willy promette con enfasi ed eccessiva sicurezza che il suo futuro successo dimostrerà che il padre non è morto inutilmente. La madre (una intensa e toccante Alvia Reale) si sorprende di non riuscire a piangere, non sa staccarsi dal presente e si lamenta che il marito sia morto proprio quando è stata pagata l’ultima rata del mutuo e sono stati saldati tutti i debiti. Una vita di lavoro, quella di Willy, solo per pagare debiti, “essere spremuto e gettato”, come aveva già detto Biff.

Gianni Cianchi

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