CERCIVENTO

Presentazione

uno spettacolo di e con

RICCARDO MARANZANA e MASSIMO SOMAGLINO

dal testo “Prima che sia giorno” di CARLO TOLAZZI

Due soldati della truppa, alpini della Grande Guerra, un carnico e un veneto, rinchiusi nella sagrestia di una chiesa tristemente riconvertita in prigione, incriminati sotto la disonorevole accusa di insubordinazione agli ordini e di sottintesa combutta con il nemico al di là della trincea, sospesi nell’attesa del proprio destino che di lì ad un’ora sarà di morte. E un intrecciarsi di sentimenti – rabbia, protesta scomposta, paura, ricordi, umiliazione di onore macchiato, accettazione, speranza e disperazione – , in un’altalena di umana pietà cui, prima dell’inesorabile tragedia finale, fa da improvviso intermezzo l’immaginario colloquio con don Luigi, il parroco del paese, parentesi visionaria di impossibile speranza.

E’ questa la situazione bloccata di Cercivento, atto unico ricavato da Prima che sia giorno, ultima fatica drammaturgia di Carlo Tolazzi, vincitore al Premio Culturale “Renato Appi” di Cordenons, edizione 2002, per la versione in friulano dello stesso testo e sempre più sicuro talento del teatro regionale, che qui, con acre realismo, continua l’appassionato lavoro di scavo nel passato del popolo carnico e nei suoi tanti episodi di sofferenza e di sopruso. In questo caso lo spunto, liberamente reinventato, riprende la storica condanna che, a seguito di un sommario processo da Corte Marziale, due giorni soltanto di assise, e in applicazione dell’articolo 114 del Codice Penale Militare, portò a decine di anni di reclusione molti alpini del 109° Battaglione “Monte Arvenis”, operante nella zona di Monte Croce Carnico, e , per quattro di essi, i più sfortunati, all’esemplarità dell’esecuzione capitale per fucilazione, il 1° luglio 1916, dietro il cimitero di Cercivento, in Carnia. Rei tutti di “rivolta in presenza del nemico”, quando invece il rifiuto di quei soldati a conquistare la cima est della Creta di Collinetta, in una maledetta sera del 23 giugno del 1916, era motivato soltanto dalla lucida consapevolezza che quello sarebbe stato un inutile suicidio e che altre vie – ben note a quei militari esperti di monti – avrebbero potuto essere tentate.

Un “fatto” duro, dunque, nonché ripescato non molti anni fa dall’oblio della rimozione grazie al recupero fortuito di alcune carte processuali e alla caparbietà di ricercatori, studiosi e soprattutto parenti delle vittime, promotori a Cercivento di un combattivo movimento per la riabilitazione dell’onorabilità dei loro lontani congiunti, che tuttora è rimasta sostanzialmente inevasa.

A riprendere questi fili umani di una vicenda dolorosa di guerra, ma in chiave di espressione teatrale, provvede ora la nuova produzione del Teatro Club Udine, che ha debuttato in prima nazionale lunedì 21 luglio nella Sala Convegni della Chiesa di S. Francesco di Cividale entro il prestigioso cartellone di Mittelfest 2003.

Al capolinea di una piccola storia di tappe di avvicinamento e di fasi preliminari di studio, iniziata già nell’ottobre 2002 in collaborazione con il Comune di Tolmezzo e proseguita con il Comune di Brescia-II circoscrizione, lo spettacolo vede il coinvolgimento di due tra i più rigorosi e maturi attori del teatro friulano, Riccardo Maranzana e Massimo Somaglino, qui impegnati anche come registi di se stessi e affiancati per l’assistenza alla regia da Serena Di Blasio e, per la parte tecnica, da Claudio Parrino.

In scena, dunque, è una coppia a chiaroscuro di caratteri, lingue, reazioni, anche esperienze, un gioco delle parti en double face ideale, e en attendant, quasi un dramma a porte chiuse in un’unità serrata di luogo-tempo-azione. Una dinamica a due, da cui gli attori sono stati a tal punto stregati da decidere di assorbire su di sé anche le battute e la funzione di don Luigi, il personaggio del prete che, previsto a metà della situazione testuale, entra con dolorosa ambiguità umana a portare ai morituri l’ultimo viatico.

L’intero progetto trova infine un coronamento con la pubblicazione a stampa del testo “Prima che sia giorno” di Carlo Tolazzi, da cui – con il titolo appunto di Cercivento – è stato ricavato lo spettacolo. Il volumetto, quasi un programma di sala, è impreziosito, insieme a un contributo di Angela Felice, anche dagli approfondimenti di Bruna Bianchi dell’Università di Venezia, e di Fabio Todero dell’Università di Trieste, due autorevoli esperti delle tante tematiche legate alla Grande Guerra, sul fronte rispettivamente della giustizia militare e della memoria letteraria. Un suggello, anche questo sforzo editoriale, che irrobustisce di serietà storico-culturale l’intero progetto e corona inoltre lo stesso sforzo del Teatro Club Udine che, dopo le fortunate esperienze nel 2000 di Resurequie (ancora di Carlo Tolazzi) e nel 2001 di Nati in casa (di Giuliana Musso e Massimo Somaglino) trova ora la felice prosecuzione delle proprie scelte produttive  e del loro senso, della tensione cioè a promuovere quel teatro civile che, su temi di ambito locale, coltivi artisticamente le ragioni della riflessione, della testimonianza, anche della denuncia e sempre dell’utopia.

 

IL FATTO

La decimazione di Cercivento è un episodio della Grande Guerra divenuto ormai famoso soprattutto per le conseguenze burocratiche prolungatesi fino ai giorni nostri. All’alba del 1° luglio 1916, dietro il cimitero di Cercivento, in Carnia, quattro alpini vennero fucilati dopo un processo per direttissima convocato dal comandante della 26° Divisione Alpina operante in Carnia, Gen. Salazar. I giustiziati erano friulani: Giovanni Battista Coradazzi di Forni di Sopra, Angelo Massaro di Maniago, Basilio Matiz di Timau e Silvio Ortis di Paluzza. L’assise si svolse nella chiesa di Cercivento e decretò, oltre alle quattro condanne a morte, decine di anni di reclusione per gli alpini della 109^ compagnia del battaglione «M.te Arvenis», operante allora nei pressi del valico di Monte Croce Carnico.

L’accusa per cui i soldati vennero portati davanti alla Corte Marziale era di «rivolta in presenza del nemico», secondo quanto disposto dall’art. 114 del Codice Penale Militare. In sostanza, la 109^ compagnia si rifiutò, la sera del 24 giugno 1916, di intraprendere un’azione ordinata e predisposta dal capitano comandante per conquistare la cima est della Creta di Collinetta (Cellon), un bastione roccioso molto importante per il controllo strategico del valico confinario. Il rifiuto opposto dagli alpini scaturiva da considerazioni di opportunità: molti dei militari, indigeni e perciò espertissimi di quelle montagne, avevano giudicato praticamente suicida l’azione proposta dall’ufficiale e avevano a loro volta suggerito delle alternative di percorso e di metodo, scatenando in tal modo la reazione del comandante che  portò tutto il battaglione davanti alla Corte Marziale. Istruttoria e processo occuparono lo spazio di un paio di giorni appena. Due ore dopo la sentenza, avvenne la fucilazione, seppur in circostanze drammatiche, essendo stato impedito alla popolazione di Cercivento di accedere al luogo stabilito per l’esecuzione, e essendoci volute due scariche del plotone di carabinieri e il colpo di grazia per finire tutti i condannati a morte.

I nomi dei quattro non compaiono su nessun elenco e in nessun sacrario, destino inevitabile per chi si macchiava del crimine di cui i nostri alpini furono imputati. Ma il recupero fortuito di alcune carte processuali e l’ostinazione dimostrata da parenti delle vittime e da ricercatori hanno messo in moto un vero e proprio movimento per ottenere la riabilitazione dei quattro. A Cercivento è sorto, proprio sul luogo della decimazione, un cippo che ricorda nomi e circostanze. La battaglia burocratica per la riabilitazione non ha finora portato a risultati tangibili, complice un assurdo articolo del Codice di Procedura Penale (il 683) che dispone come l’istanza di riabilitazione, per essere presa in considerazione, deve essere proposta dall’interessato stesso.