Festival della pace

Presentazione

aspettando il festival

 

            Due i motivi che percorrono le tante iniziative che, organizzate da diverse associazioni, preludono al festival vero e proprio e ne preparano il programma.

            Vi è innanzitutto l’attenzione ai tanti gruppi, spesso volontari, che operano sul territorio per far fronte alle tensioni interetniche, che travagliano anche il Friuli, e per rispondervi con la logica dell’accoglienza e della convivenza pacifica  tra diversità. In questo senso, il Friuli appare una regione modello, capace di confrontarsi con le nuove sfide lanciate dalla globalizzazione e di continuare la tradizione di civiltà con cui ha saputo creare una microarea di soluzione pacifica dei conflitti  anche con i popoli limitrofi dell’Alpe Adria, un tempo nemici.

            Ulteriore motivo di attenzione è dato dalla delegittimazione della cultura militare e dal disvelamento della sua presenza, anche invisibile o non immediatamente percepita, come nei tanti segni che percorrono l’urbanistica delle città europee e, al di là del controllo consapevole dei loro abitanti, trasmettono striscianti messaggi ideologico-propagandistici. Alla ricerca di queste tracce, disseminate anche a Udine, sotto la guida di Cesare Genuzio, fotografo friulano dalla vasta esperienza anche didattica, alcuni giovani fotografi friulani  perlustreranno la città e ne scopriranno inediti angoli visuali, da fissare in immagini e poi da consegnare anche all’occhio e alla sensibilità di altri. Di qusto lavoro, infatti, darà conto una piccola mostra, con l’esposizione degli scatti realizzati dai giovani udinesi, aspiranti fotografi di pace.

 

le ragioni di un festival della pace

 

La pace è un valore universalmente condiviso e voluto, ma è arduo darne una definizione valida per tutti. Che cos’è  la pace, infatti? E dunque, in assenza di una categoria chiara e “oggettiva”, ci si limita e si ricorre a una definizione di comodo e in negativo: la pace è l’assenza di guerra, il suo opposto.

Il Festival della pace di Udine, giunto alla sua seconda edizione e articolato in quattro giornate di riflessione, ambisce invece a mettere in campo e sperimentare  un’ipotesi in positivo, che comporti anche un modo nuovo di riflettere sulla pace e finalmente progettarla. Il presupposto di base è dunque che la pace significhi dialogo, e ne sia insieme la premessa e la conseguenza. Chi grida, chi ricorre alle violenza fisica, chi usa la forza armata per risolvere un conflitto rinuncia alla ragione. Tali soluzioni non risolvono niente e sono, nella sostanza, le cause di nuovi conflitti.

Questo presupposto si traduce anche nell’iniziativa di dar vita a quattro reali dialoghi  in altrettanti esperimenti. Due ospiti, esperti in campi professionali molto lontani tra loro, saranno invitati da un moderatore-arbitro allo scambio di opinioni sulla comune domanda circa il valore della pratica pacifica e non violenta quale modalità di risoluzione di conflitti e tensioni nei più disparati ambiti professionali e di vita: medicina, giustizia, scuola, pratica religiosa, politica internazionale di sicurezza. Sarà un modo originale per mettere concretamente alla prova l’ipotesi iniziale che sorregge l’impianto concettuale del festival.

La cultura  del dialogo comporta poi da sé anche la capacità di sperimentare linguaggi diversi dai discorsi politici di tipo convenzionale o perfino ad ad essi estranei o alternativi.  Ecco perchè il linguaggio artistico, nelle sue varie espressioni -musicale, letteraria, cinematografica, delle arti figurative- assume una forza centrale, rappresenta uno strumento decisivo per affrontare il tema pace-guerra ed è dunque oggetto di particolare attenzione nei vari appuntamenti del Festival.

Ciò è evidente fan dall’evento inaugurale della kermesse, con la presentazione del film, allo stesso tempo realistico e metaforico, Son of Babylon, vincitore alla Berlinale 2010 come miglior pellicola sulla pace. E subito saranno due le questioni aperte lanciate dal grande schermo e sulle quali interrogarsi. Come superare l’eredità distruttiva di una guerra vinta? Che cosa può aprire la strada a un futuro pacifico o meno violento?

In genere, si sottovaluta la forza delle immagini nella formazione degli immaginari collettivi, e si dimentica che invece il potere si è sempre servito di pittori e scultori per la propria celebrazione e affermazione. C’è tuttavia un consistente filone di espressioni artistiche militanti consapevolmente ispirate dal rigetto della guerra, della violenza e dell’autoritarismo. Anche nel ricco patrimonio custodito nei Musei cittadini sono presenti opere di questo tipo, che il Festival ambisce a far riscoprire e rileggere in un’ottica nuova di pace.

Tra gli appuntamenti preziosi vi è ancora la testimonianza straordinaria offerta dal video dell’opera lirica L’imperatore di Atlantide del compositore ebreo Viktor Ullmann, soldato austriaco nella Grande guerra –esperienza militare che lo segnò profondamente-, poi deportato nel campo di Terezin e infine ucciso ad ad Auschwitz nel 1944, dove compose questo suo ultimo lavoro. Si tratta di un formidabile contributo visivo-musicale, che fa riflettere sulla superiorità della cultura rispetto alla logica distruttiva della morte e della violenza e che non può mancare a Udine, città marcata più di altre città italiane dalla tragedia della prima guerra mondiale.

Immancabile, poi, l’attenzione alla musica, sia classica che contemporanea. Per la prima, il pensiero andrà in particolare alla tradizione musicale dell’Illuminismo europeo, quando nacquero la grande visione dei  diritti universali dell’uomo e l’aspirazione ad un’etica cosmopolita e transculturale. La musica del Sette e dell’Ottocento, con il suo linguaggio immediatamente percebile senza mediazioni, rispecchia nella struttura dialogica la possibilità dell’armonia socio-politica e progetta l’utopia di un altro mondo possibile. Quanto alla musica contemporanea, invece, nelle sue tante diramazioni pop o rock, saranno i giovani artisti e gruppi musicali del territorio a farsene protagonisti e portavoce in un libero concerto no-stop.

Infine, nel giorno di chiusura, dopo la lettura pomeridiana di un novella di Johann Wolfgang Goethe, selezionato per un omaggio anche alla grande letteratura, tutti in piazza per ascoltare le contaminazioni musicali dei Zuf de Zur, gruppo che ha trovato il proprio inconfondibile stile nella dimensione interculturale dell’intreccio tra le culture latine, tedesche e slave della regione. Una festa –è il significato anche della parola Zur-  per chiudere insieme quattro giorni di lavoro, sui cui risultati e sulle cui prospettive future è in programma anche un momento finale di bilancio tra tutti i partecipanti. Anche in quel caso, nel segno del confronto e del dialogo.