“Finita la guerra, bisogna raccontare tutto”

L’Associazione culturale Molino Rosenkranz fa scalo a Zoppola Venerdì 8 Febbraio 2019 con lo spettacolo sulla vigilia della disfatta di Caporetto “Ad un passo” che in seguito ad un percorso di fortunate repliche nei luoghi della Grande Guerra in Friuli, trova il suo spazio nel piccolo e raccolto teatro del paese in cui ha sede l’Associazione.

Insomma, dopo essere stato al fronte il combattente Rosenkranz si fa reduce e rientra in famiglia. Lo accoglie l’ERT del Friuli Venezia Giulia nel cartellone stagionale.

Il tema è quello della guerra e della necessità di parlarne come di un rischio sempre presente, quasi una sciagurata e  irrinunciabile tentazione alla quale sembra votata l’umanità. “Finita la guerra, bisogna raccontare tutto”, afferma un personaggio nella illusoria speranza che la storia sia maestra di qualcosa e che la memoria trasmessa dalle testimonianze di chi l’ha sofferta possa aiutare a non commettere errori e colpe da pagare sempre a caro prezzo.

Per conferire alle testimonianze un valore che vada oltre il fatto storico specifico e che investa la contemporaneità, i quattro attori interpretano sia personaggi della Grande Guerra sia altri che si riferiscono al conflitto in Siria ancora oggi in atto.

Per quanto i passaggi dal passato al presente siano realizzati senza preparazione e sembrino bruschi, lo spettacolo vuole suggerire che fra guerra e guerra non c’è alcuna differenza. Il dramma delle persone è sempre lo stesso; cambia il modo, ma la sostanza non muta.

Sicuramente la trasposizione dello spettacolo dall’aperto al chiuso ha comportato degli interventi nella messa in scena piuttosto difficili e faticosi. Si avverte che i quattro attori, Marta Riservato, Roberto Pagura, Fabiano Fantini e Massimiliano Donato, hanno scritto le loro parti da interpretare come monologhi in luoghi deputati diversi, all’aperto, per costruire una galleria di personaggi, di foto con ritratti che il pubblico poteva osservare come se sfogliasse una dopo l’altra le pagine di un album di famiglia.

Lo spettacolo trasferito in teatro, ossia in uno spazio raccolto in cui si celebra il rito del vivere associato, soffre della mancanza di partecipazione, ossia del rapporto dialettico fra le figure rappresentate. L’assenza o la riduzione al minimo della dinamica interpersonale indebolisce la tensione conflittuale che il singolo personaggio nella versione originale poteva creare nel migliore dei modi rapportandosi con lo spazio reale in cui il dramma si è storicamente svolto.

Ad ogni modo i personaggi ci sono e, per quanto sembrino distanziati fra di loro e osservino talvolta tempi rallentati, rivivono in battute di indubbia verità umana nella loro semplice ma sincera forza emotiva, come suggeriscono le parole del portaordini che scrive una lettera d’addio alla moglie. Di lei conserva una foto che egli guarda con nostalgia, bacia e ripone nel taschino sul petto, dalla parte in cui batte, forse ancora per poche ore, il cuore del “suo Bepi vestito da soldato”.