Anfitrione versione pop

Sostituire Napoli a Tebe, pensare dei che parlano napoletano e barese.
Dare a Anfitrione il ruolo di un boss e ad Alcmena, sua moglie, quello della donna d’onore.

Trasformare una tragicommedia classica in uno spettacolo contemporaneo in cui sacro e profano, alto e basso si mescolano in una alchimia perfetta e affidarla a sei attori di grande talento e potente energia.

Anfitrione di Plauto, con la regia di Teresa Ludovico, visto sabato 9 marzo, per la stagione di CSS, Teatro stabile di Innovazione FVG, parte dalla Grecia antica e arriva nei vicoli di Napoli in un lampo, mettendo in scena gli stimoli e le inquietudini del nostro tempo salvaguardando gli antefatti mitici della storia originale: l’omicidio del padre di Alcmena, la vendetta per l’uccisione dei fratelli di lei, la storia degli dei capricciosi, che giocano con la vita degli umani.

Chi sono io se non sono io”, si chiede Sosia, “il mio me può essere che mi abbia lasciato? Nessuno mi riconosce più, tutti si prendono gioco di me“. Nella riscrittura prodotta dai Teatri di Bari, la tragicommedia che vuole dei, eroi e uomini, principesse e schiavi immersi in una storia classica, emerge attualissimo il tema del furto di identità, ma anche della violenza fisica, della vendetta privata e degli uomini che hanno un valore solo se capaci di mantenere salde le proprie posizioni di potere all’interno della famiglia.

Una storia perfetta messa addosso a sei personaggi che sembrano usciti da “Gomorra” a cui la regista chiede e ottiene tratti forti e definiti, che giocano anche con la loro identità sessuale.

Il linguaggio curatissimo e molto efficace, è collocato, anche nella gestualità, tra la Napoli camorristica e la Puglia delle varie Corone unite. Una scelta vincente, capace di ridare senso a una commedia che parla alla pancia usando valori non privi di brutalità e violenza.

Perfetto l’uso dello spazio che amplia e restringe anche simbolicamente, con dei pannelli a specchio, il palcoscenico e riflette volti, fattezze rubate, corpi sensuali.

Il tutto sotto le luci e le necessarie ombre del light designer Vincent Longuemare, in cui i movimenti coreografici sono perfetti (Elisabetta Di Terlizzi) e i costumi, super trash, si fanno trasformabili (Cristina di Bari).

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