Il canto della caduta di Marta Cuscunà

Non si può non definire Il canto della caduta di Marta Cuscunà un capolavoro del teatro contemporaneo di figura e di parola.

Quella meccatronica così perfetta, frutto di un anno e mezzo di lavoro laboratoriale, con innumerevoli tentativi ed errori fatti sulle protesi della carne viva dell’attore; e quell’archeomitologia che, partendo da “Il calice e la spada”, indaga attraverso la millenaria tradizione orale di Fanes le dinamiche del potere e della guerra.

Ma “Il canto” è un capolavoro perché, di fatto, é una nuova opera che si aggiunge al canone del teatro ateniese, senza iscriversi del tutto né alla tragedia né alla commedia, ma inventando un genere nuovo.

Il coro dei corvi è infatti aristofanesco per la voce libera e straniante del mondo animale, eschileo per l’agone tra principi contrapposti e contemporaneo per l’assenza di una Giustizia incarnata da un Dio.

I due attori-pupazzi-bambini riecheggiano sì la parola dei vinti, immortalata dalle eroine femminili di Euripide, ma sono anche – verbatim – Aylan Kurdi, il bimbo siriano affogato a tre anni “alle porte del nostro magnifico palazzo” su una spiaggia turca.

Ma il finale, quel finale straordinario di due corvi che rompono la quarta parete e segnano un limite tra l’umano e il bestiale che è quello che (dovrebbe) fondare anche la nostra cultura – rifiutandosi di fare strazio sul corpo dell’innocenza, almeno loro – sembra davvero scritto nel V sec a.C e facciamo fatica a credere che non sia stato sottratto a qualche semi carbonizzato papiro di ercolano che conservi un’opera inedita di Sofocle.

La voce di Marta, capace di far vivere sulla scena anche quattro personaggi diversi alla volta – e intendiamo vivere davvero, con una personalità, delle credenze e dei pregiudizi come i nostri – é una di quelle che, se e quando calerà il sipario su questa che è l’ora più buia, ricorderemo come l’annuncio felicemente fuoritempo di una rinascita.

 

Davide Lorigliola