Il mercante di Venezia. La “N. Pepe” al Giovanni da Udine

Mercoledì 31 ottobre il teatro Giovanni da Udine offre, come ogni anno, la sua generosa ospitalità ai ragazzi della civica Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine diretta da Claudio de Maglio. Il direttore e insegnante-pedagogo firma la regia dello spettacolo “Il mercante di Venezia”, libero adattamento da William Shakespeare, che vede in primo piano gli allievi dell’ultimo anno di corso giunti al diploma, coadiuvati dai loro colleghi del secondo anno. Come sempre si tratta di una scadenza importante per i ragazzi al termine del loro percorso formativo, importante per l’Accademia, desiderosa di mostrare alla cittadinanza i risultati di un lavoro condotto sempre con serietà e competenza, per il pubblico tutto, ma soprattutto per i giovani del pubblico in costante sintonia e complicità con gli attori coetanei.

La manifestazione svolge una funzione significativa anche per Enti, Associazioni, Autorità che possono misurare quanto l’Accademia contribuisca ad arricchire il già considerevole fermento culturale e artistico del capoluogo friulano. Per tutte queste ragioni lo spettacolo riveste un ruolo particolare e risponde a principi che non possono essere quelli degli appuntamenti previsti dal calendario della stagione teatrale del Giovanni da Udine. Va visto e valutato con criteri peculiari. La messa in scena del testo di Shakespeare deve valorizzare tutti gli allievi, proprio per ragioni di didattica e per verifica di finalità raggiunte. Questo comporta la necessità di intervenire sul testo e modificarlo per renderlo funzionale allo scopo. D’altra parte si aspira a dimostrare che  gli allievi da diplomare sono pronti per intraprendere la professione di attori e quindi di lavorare anche al di fuori dell’Accademia, facendo propri gli insegnamenti ricevuti depurati da ogni residuo didascalico.

L’equilibrio quindi fra le due esigenze, didattica e professionale, è difficile e delicatissimo, facile a infrangersi o per un difetto o per un eccesso di lieve entità. Il risultato ottenuto con questo “Mercante di Venezia” propende più verso la didattica che verso una lettura soggettivamente critica del testo Shakespeariano. Si avverte che i ragazzi si sono trovati liberi di apportare la loro creatività al testo codificando per “Il mercante” forme di improvvisazione sotto la guida del regista-insegnante.

L’aggiunta di personaggi non presenti nel testo del bardo e l’inserzione di numerose scene scritte in “Accademia” sono strumenti utili ai ragazzi, ma non sempre funzionali alla messa in scena in senso tradizionale. Alcune delle scene inventate diluiscono, allungano la rappresentazione e indeboliscono la tensione del racconto. Lo spettacolo ha la durata di quasi tre ore e rischia di essere dispersivo e ridondante. Quando Shakespeare viene rispettato nella sua essenzialità, come nella scena del processo, allora si raggiungono ottimi livelli sia per efficacia scenica sia per resa attoriale. I ragazzi sono bravi, per quanto il ridimensionamento della tensione del testo shakespeariano rischi di ridurre alcune figure a macchiette, del resto divertenti e assai apprezzate dal pubblico giovanile.

“Il mercante di Venezia” è una delle più intriganti opere di Shakespeare. Fu scritta negli anni in cui in Inghilterra era in atto una violenta campagna antisemita alla quale doveva offrire il proprio contributo anche il teatro. L’intento dichiaratamente razzista dell’operazione fu condiviso da Shakespeare (come già da Marlowe), ma “Il mercante di Venezia”, proprio per la capacità del gran bardo di calarsi in tutti i personaggi offre dell’ ebreo Shylock un ritratto che si stenta a definire del tutto negativo, soprattutto in relazione ai suoi antagonisti cristiani, per certi aspetti più meschini.  Per amicizia, secondo alcuni non esente da connotazioni omosessuali, il mercante Antonio si indebita con l’usuraio per aiutare lo scialacquatore Bassanio a sposare la ricca Porzia e, costretto dall’insolvenza, deve pagare una penale che gli costerebbe la vita. L’ebreo, da contratto, esige una libbra di carne da strappare dal petto del suo debitore. Con cavilli giuridici Porzia, sposa di Bassanio, riesce a salvare Antonio e a far condannare Shylock. I cristiani amano il denaro come o più di Shylock, ma sanno nascondere il loro interesse  sotto la maschera dell’amore, dell’amicizia e della religione; maltrattano e perseguitano l’ebreo che gioca la partita del denaro a viso scoperto.

Porzia, la sua cameriera Nerissa, Jessica, la figlia dell’ebreo, pensano che si possa comprare tutto, anche l’amore, con il denaro. Jessica si vergogna di suo padre, ma non esita a farsi cristiana e a fuggire con il gioviale Lorenzo dopo aver saccheggiato i tanto esecrabili forzieri del padre per spendere senza misura e criterio. Sono figure vanesie e prive di autentica umanità, come lo sono Bassanio e Graziano che sposano Porzia e Nerissa. Su tanta ipocrisia giganteggia la figura di Shylock, molto bene interpretato dal giovane diplomando. Il suo Shylock è obiettivo, rispettoso delle regole stabilite, belle o brutte che siano, convinto di poter vantare quei diritti di cui tutti gli uomini devono godere, senza pregiudizi di razza, religione e mestiere. Il famoso monologo (“un ebreo non ha occhi…?”) è detto con rigore logico e non con rabbia o retorica. In questa interpretazione troviamo la misura della preparazione dei ragazzi e la cifra che il regista avrebbe potuto dare allo spettacolo se avesse voluto ignorare la componente didattica.