Pippo Delbono a Teatro Contatto

Se non fossero stati protagonisti in modo tanto significativo sulle scene del Teatro contemporaneo, in Italia e in molti paesi del mondo, non sarebbe facile nemmeno chiamarli attori professionisti di una compagnia, ma verrebbe spontaneo considerarli amici o parenti che si organizzano per far sentire la propria presenza,  per non essere dimenticati, ignorati, per guadagnarsi stima e affetto.

Eppure questa dimensione, per così dire famigliare, questa loro motivazione tanto personale quanto esistenziale, ha trovato e continua a trovare in Pippo Delbono il poeta che sa scoprire soprattutto nelle persone in difficoltà “esempi di arte” con cui esprimere sensazioni, affetti e sentimenti di struggente intensità, con immagini di grande impatto e con soluzioni teatrali di particolare efficacia.

“La gioia”, l’ultimo spettacolo creato dalla Compagnia di Pippo Delbono,  è andato in scena giovedì 14 marzo al Palamostre di Udine nella stagione di Teatro Contatto del CSS. Il monologo di Pippo, dimesso, quasi atono, senza alcuna ricercatezza attoriale, inizia con: “questo spettacolo rinasce dalla morte di Bobò”.

Si capisce che il titolo è soltanto una promessa e non garantisce immediate e appaganti soluzioni.

La gioia, per quanto possa sembrare esperienza quotidiana, indica una destinazione, una meta da raggiungere con un viaggio da compiere nel vuoto.

Il vuoto è fisico ed è quello di un palcoscenico praticamente sgombro e attraversato da figure umane evocate e deformate come fantasmi delle proprie angosce, ma sdrammatizzate e trasformate in figure clownesche di una vitalità che non si lascia spegnere e spinge a cercare ostinatamente la felicità. Poco importa aver già sperimentato che nella vita domina la sofferenza.

Il vuoto fisico è anche l’assenza di Bobò, recentemente scomparso. Una panchina, portata in scena, rimane a lungo deserta. Risuona allora la domanda più volte ripetuta con un certo risentimento: “Dov’è questa gioia?”.

Il protagonista narratore viene circondato da aste metalliche che scendono dall’alto e che lo imprigionano. Rinchiuso nella gabbia degli affetti insoddisfatti o interrotti, racconta la storia di un uomo che non sentiva altro se non il suo dolore e se ne vergognava perché aveva tutto ciò che poteva procurarsi con il denaro e il potere. “Gli mancava solo la felicità”.

Eppure arriva il momento in cui ci si accorge che la meta da raggiungere coincide con il punto da cui si è partiti. L’unica gioia possibile consiste nel conservare dentro di noi ciò che non desideriamo perdere, nel riviverlo, perché siamo quello che siamo per ciò che abbiamo fatto e per le persone con cui abbiamo vissuto.

Il vuoto affettivo deve essere riempito. Se Bobò proveniva da un manicomio, allora la pazzia è anche di tutti gli altri che hanno intrapreso con lui il cammino verso la gioia.

Se Bobò non sapeva indicare la sua età e ignorava la data della sua nascita, allora si presenta l’occasione di festeggiare il suo compleanno quando se ne ha voglia.

Il palcoscenico, prima semivuoto, si riempie di fiori e sulla panchina ora sta seduto un clown che regge una torta con una candelina accesa. Si ascolta la registrazione con la voce di Bobò; non è facile capire se sia la risata di un uomo, il vagito di un bambino o il saluto cordiale di un caro amico.