L’Abisso. Davide Enia a Teatro Contatto

David Enia trascrive il suo libro “Appunti per un naufragio” e ne fa un testo affabulatorio per il palcoscenico. Lo intitola “L’Abisso”, parola con la quale Enia, autore e attore dello spettacolo, allude sia alla profondità del Mediterraneo, disseminato di cadaveri di emigranti, sia all’abisso di cinismo in cui è precipitato il nostro mondo “civilizzato”, sempre più anestetizzato ed egoisticamente restio ad ogni forma di pietà e di altruismo.

“L’Abisso”, rappresentato a Cervignano venerdì 11 gennaio e al Palamostre di Udine sabato 12, per la stagione di Teatro Contatto del CSS, è una narrazione condotta in prima persona da parte di un testimone oculare del drammatico fenomeno migratorio che ormai da diversi anni vede il Mediterraneo attraversato da disperati quasi sempre in fuga da situazioni insostenibili.

Del fenomeno migratorio le dimensioni e la gravità sono aspetti fin troppo noti perché se ne debba parlare per commentare uno spettacolo; spetta alla coscienza, all’etica, all’ideologia e forse al senso di umanità di ognuno di noi prendere una qualche posizione. Quello che si può affermare, guardando lo spettacolo, è che soprattutto un testimone oculare del dramma dei migranti, come il nostro autore, sente la responsabilità di comportarsi come un essere umano  di fronte alla sofferenza di altri esseri umani.

Il soggiorno di Davide a Lampedusa, approdo dei barconi dei disperati, è un’esperienza formativa soprattutto sul piano personale. La coscienza del protagonista ne viene temprata non solo sul piano esistenziale ma anche su quello del rapporto con il padre, uomo di poche parole e poco comunicativo con il figlio; fra i due “c’è sempre stata la Siberia”.

Frequentando i pescatori di Lampedusa Davide viene a sapere che le reti catturano non solo pesci ma anche cadaveri, che basta una semplice distrazione perché anche un esperto pescatore trovi la morte fra le onde, che la legge del mare è una sola: salvare chi è in pericolo senza chiedersi chi sia il naufrago.

Ma cosa fai quando hai tre ragazzi che stanno affogando da una parte e dall’altra, un po’ più distante, c’è  un donna con il suo bambino?
Sai che puoi salvare o gli uni o gli altri e devi lasciare che il mare inghiotti nel suo abisso quelli che non riesci a soccorrere. Pensi allora che salvare tre vite sia meglio che salvarne due e decidi di lasciare morire la madre con la sua creatura.

I naufraghi prima di scomparire fra i flutti urlano il loro nome e lo ripetono fino a quando la loro bocca si riempie di acqua. Gridano il proprio nome non per chiedere aiuto, ma perché qualcuno sappia chi non arriverà mai a destinazione né mai farà ritorno presso la propria famiglia.  Qualcuno forse lo dirà ai famigliari.

I fortunati avranno sepoltura nel cimitero di Lampedusa dove il guardiano trova sempre uno spazio per tutti e non si chiede di quale religione fosse l’annegato,  di quale colore fosse la sua pelle, perché “dopo la morte abbiamo tutti le ossa bianche”.  La narrazione di Enia, sempre partecipata, anche quando sfiora la comicità a proposito del suo rapporto con il padre, è accompagnata dalle musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Barocchieri che si avvale dei canti antichi dei pescatori e dei “cunti” tradizionali della Sicilia.

Davide Enia costruisce un suo teatro di narrazione che si configura come la testimonianza di un’esperienza personale sedimentata nella sua memoria.

In questo, forse, risiede la sua peculiarità rispetto ad altri grandi protagonisti del medesimo genere teatrale, come Marco Paolini, Giuliana Musso, Marco Balliani, Ascanio Celestini e tanti altri artisti che, il più delle volte, evitano la componente autobiografica, svolgono ricerche, studiano e riflettono sui documenti e interviste per parlare al pubblico e animare o meglio rianimare quella coscienza civile che pare farsi sempre più debole.