Madre Courage e i suoi figli

Martedì 26, mercoledì 27  novembre con inizio alle ore 20.45 e giovedì 28, alle ore 19.30, Maria Paiato veste i panni di Madre Courage al Teatro Giovanni da Udine, in una pregevole messa in scena del capolavoro brechtiano con la drammaturgia musicale e regia di Paolo Coletta. La vicenda della trafficante che con il suo carro si aggrega all’esercito impegnato nella Guerra dei Trent’anni e vende qualsiasi cosa ai soldati così da tirare a campare con i suoi tre figli, è abbastanza nota a un pubblico mediamente interessato al teatro. Negli anni Sessanta e Settanta, in Italia la drammaturgia di Bertolt Brecht conobbe entusiastici apprezzamenti e radicali rifiuti a seconda dell’orientamento ideologico delle persone; giovani, studenti, intellettuali, operatori culturali, attori e registi non si potevano sottrarre al dibattito sulla drammaturgia di Bertolt Brecht e   sul suo “teatro epico”. “Madre Courage” veniva continuamente citata come paradigma di un teatro alternativo a quello che sembrava derivare dall’insegnamento di Stanislavskij. Quasi tutti sapevano chi era Madre Courage anche senza aver mai assistito ad una rappresentazione del dramma. Questa premessa potrebbe spiegare le scelte del regista Paolo Coletta che richiede un’interpretazione  correttamente “estraniata” da parte degli attori, una prova di “teatro epico” filologicamente affidabile. Maria Paiato sembra rispettare alla lettera le indicazioni che Brecht ha indicato e codificato per gli attori del Berliner Ensemble nei suoi scritti teatrali. Quando, nell’aprile del 1941, “Madre Courage” debuttò a Zurigo, i critici rimasero sorpresi e lamentarono la mancanza di sensibilità e di amore materno di Madre Courage che, persi i tre figli, riparte con il suo carro auspicandosi che la guerra continui perché lei possa ancora praticare il suo commercio. Brecht, anche se apportò piccole correzioni al testo per la rappresentazione di Berlino, rispose ai critici di Zurigo che non era Madre Courage che doveva capire, ma il pubblico.  Nello spettacolo di Coletta e Paiato il carattere epico, dimostrativo, quasi da dramma didattico, inibisce ogni tentativo di coinvolgimento emotivo. I rari momenti in cui pare che i personaggi avvertano qualcosa nel proprio intimo vengono subito superati dalla logica del teorema da dimostrare, dalle canzoni e dalle musiche di Paul Dessau che provocano l’estraniamento e inducono a pensare che le emozioni non siano necessariamente quelle del personaggio rappresentato. Si invita lo spettatore a riflettere, non ad emozionarsi. La guerra voluta dai potenti ha un prezzo che è la gente comune a pagare, anche se Madre Courage crede di potersi servire del conflitto per il suo misero commercio. Questa madre, rimasta senza figli, non impara nulla dalla guerra. Non è compito dell’autore aprirle gli occhi. A Brecht importa che sia lo spettatore a vedere. La stessa scenografia minimale è costituita da una parete di fondo inclinata, traslucida e riflettente, con un grande foro centrale, occhio che osserva o pozzo senza fondo. I personaggi sono reali sulle tavole del palcoscenico, ma agli spettatori appaiono anche come figure riflesse sulla parete traslucida, presenze effimere e inconsistenti che sembrano aggirarsi ai bordi del pozzo,  prossime ad essere ingoiate nel vortice della guerra, di qualsiasi guerra. E poco importa che Brecht ambientasse la sua storia nel XVII secolo e che alludesse alle guerre che Fascismo e Nazismo stavano scatenando al tempo in cui scriveva il dramma. La dimostrazione del teorema brechtiano, per quanto supportata da “strumenti didattici”, non è stata assimilata. Questa nuova messa in scena di Paolo Coletta e questa interpretazione di Maria Paiato, così rispettose del “teatro epico” e così fedeli ai principi del “Breviario Teatrale” sembrano riprendere il discorso là dove Bertolt Brecht lo ha interrotto.