Morfeo nello Studio degli Arearea

Nello Studio degli Arearea, domenica 16 dicembre, si rappresenta il primo quadro di una trilogia che rivisita in chiave coreografica e teatrale i miti di Morfeo, Arianna e Icaro.

La coreografa Marta Bevilacqua, assistita da Valentina Saggin, presenta al pubblico la sua riscrittura del mito di Morfeo e si affida all’interpretazione di due giovani e bravissimi danzatori, Angelica Margherita e Andrea Rizzo,  che  sono la dimostrazione dell’eccellenza perseguita con l’attività formativa degli Arerea.

I risultati ottenuti con corsi e laboratori nello Studio di via Fabio di Maniago vengono regolarmente proposti al pubblico e si affiancano ad altri spettacoli di danza moderna delle più significative realtà dell’attuale arte coreografica italiana. Per questa ragione gli Arearea sono una realtà unica nel tessuto cittadino, irripetibile e irrinunciabile, almeno per quanti amano la danza e il teatro.

“Morfeo” è inserito nella rassegna “Piccolipalchi, paesaggi” pensata in collaborazione con l’ERT-teatroescuola del FVG, e si rivolge a un pubblico composito in cui è ritenuta prioritaria la presenza degli adolescenti.

Marta Bevilacqua, come è nel suo temperamento artistico, crea una coreografia che non rinuncia alla riflessione e che diventa segno di valenze filosofiche affidate alla “scrittura” dei corpi.

Con “Morfeo” le implicazioni speculative evitano l’eccesso e si traducono in linguaggio onirico fatto di immagini ora nitide, ora avvolte dalla nebbia o polvere sollevata dai danzatori a testimoniare che il sogno è realistico e al tempo stesso simbolico, comprensibile e al tempo stesso ambiguo e indefinito.

La figura di Morfeo è pressoché assente nella mitologia greca classica. Fa la sua comparsa nei poeti alessandrini dai quali i latini potrebbero avere attinto la figura mitica. Morfeo, secondo Ovidio, è un dio che appare nei sogni assumendo la forma delle persone alle quali si sostituisce.

Marta ama troppo la filosofia per scordarsi di Freud e di quanti hanno sostenuto che il sonno è una particella di morte e che la morte non esisterebbe se non ci fosse la vita e viceversa.  La contrapposizione diventa identità degli opposti per cui il sonno si presta a tutte le metamorfosi, come suggerisce il nome stesso del dio.

I corpi dei due danzatori si abbracciano e si respingono. L’uomo è il doppio della donna e questa è il doppio del maschio. Vengono scritte le parole DREAM e giallo sui fianchi di una cassa. Sono parole evocative, come gli altri segni tracciati con il gesso.

In realtà la scrittura è affidata ai corpi che ora si esprimono singolarmente per affermare una identità, ora interagiscono per ricomporre la sintassi della complessità del vivere e del morire. La cassa in cui entrano e da cui escono i corpi è culla e al tempo stesso sepolcro, soprattutto grembo da cui si esce e in cui si rientra per giacere nel sonno o nella morte.

Una sottile ironia affiora in qualche passaggio e sdrammatizza la situazione esorcizzando le inquietanti associazioni che provocano la posizione dei corpi: il maschio accovacciato sul bordo della cassa potrebbe ricordare  “L’incubo” di Füssli o “Le opere del sonno” di Goya.

Il linguaggio della danza è polisemantico, come i sogni, e consente interpretazioni personali, contrastanti eppure tutte legittime. Il corpo di chi danza, nella sua concreta fisicità, produce astrazioni molteplici.

Allo stesso modo, la predominanza del colore bianco di costumi e trucco degli interpreti  induce a trasformare il papavero in un fiore anch’esso bianco  con corolla a stella che può far pensare all’asfodelo dell’Ade.

Associazione forse non prevista, ma consentita dalla grammatica stessa di questo linguaggio artistico che declina la danza come forma di teatro gestuale di sicura suggestione proprio per la sua indeterminatezza.