Ragazzi di vita

Vincitore del premio Ubu 2017, “Ragazzi di vita”, con la drammaturgia di Emanuele Trevi tratta dal romanzo di Pasolini e con la regia di Massimo Popolizio, trova calorosa accoglienza al teatro Giovanni da Udine. L’energia scatenata dai diciannove giovani attori, d’indiscutibile bravura, conferisce allo spettacolo un alto grado di godibilità e spiega la ragione per cui il lavoro di Popolizio e Trevi continua a riscuotere tanti consensi di critica e di pubblico. Volendo essere corsari o luterani si possono fare alcune considerazioni “im-pertinenti” che nulla tolgono allo spettacolo in questione, ma che potrebbero essere utili allo spettatore.

 L’inizio: 1955 –  Pasolini pubblica “Ragazzi di vita”; il libro gli provoca una denuncia per immoralità. L’amico Attilio Bertolucci informa tempestivamente Pier Paolo che dovrà presentarsi in tribunale. L’accusa, in sede di processo, si trasforma in un elogio del romanzo da parte del pubblico ministero.

La fine: 1975 – Poco prima di essere assassinato, Pasolini, nella “lettera luterana” che intitola “Abiura della trilogia della vita” sconfessa tutto ciò in cui aveva sperato e creduto e scrive: “I giovani e i ragazzi del sottoproletariato romano se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano…Il crollo del presente implica anche il crollo del passato. La vita è un mucchio di insignificanti e ironiche rovine”.

Ecco: il problema sta tutto qui. Come riproporre al pubblico di oggi temi e forme che lo stesso Pasolini ha ritenuto superate e dissolte? Come attualizzarle? Popolizio sceglie di lavorare sul piano dei contenuti e delle forme. Il sottoproletariato (oggi sarebbero i tanti giovani disoccupati aiutati da genitori e nonni) non è più l’escluso dalla storia nazionale e certamente ha abbandonato quella condizione “vergine e primitiva” che PPP considerava negli anni ’50 alternativa al mondo borghese e capitalistico. I giovani sono ancora oggi gli esclusi, ma non nel senso pasoliniano, anzi, essi sono la coscienza senza maschera, ossia il volto ufficiale, “istituzionale”, di questa nostra Italia alla deriva.

Insomma, quel mondo in cui Pier Paolo aveva pensato di trovare un alternativa non è, e forse non lo è mai stato, uno “scandalo”, ma un prodotto corroborante del sistema votato al mutamento antropologico. I ragazzi di vita hanno esaurito la loro positiva carica di umanità.

Infatti nello spettacolo di Popolizio e Trevi non ci si commuove, ma si ride per le battute e i gesti di questi personaggi divenuti un po’ macchiette, dalla voce rauca, dal gesto eccessivo, dalla violenza tutta esteriore e immotivata. Popolizio ci rappresenta il crollo dell’utopia; e chi ama Pasolini, chi ha ascoltato la sua voce priva di tensione, quasi indifesa nella sua docilità, non può che rimpiangere il suo “sogno” divenuto altra “cosa”.

Il protagonista del romanzo, il Riccetto, finisce in galera e quando ritorna in libertà si inserisce nel mondo del lavoro, omologandosi al comportamento comune: pensa solo a se stesso e diventa insensibile alle sofferenze degli altri. Questo però nel romanzo.

Il Tevere, metaforicamente e non, è inquinato per gli scarichi delle industrie. In quell’acqua i ragazzi fanno il bagno e talvolta vi annegano. Quando era “un ragazzo di vita”, Riccetto ha salvato una rondinella che stava per annegare nel Tevere: ora lascia morire affogato Genesio. Abbandona l’amico al suo destino con le parole ” Io je vojo bbene ar Riccetto, sa!”. Nello spettacolo non si avverte questo cambiamento come il pugno nello stomaco che colpisce chi legge le pagine di Pasolini.

Ma, forse, è giusto che sia così. Non c’è più spazio per la solidarietà e a denunciarne la scomparsa oggi si rischia la retorica. Peccato, però! Sul piano delle forme espressive Popolizio sceglie la grammatica seguita da Pasolini nel cinema; applica la tecnica del discorso diretto e indiretto libero teorizzata da Pier Paolo per il cinema.

Il narratore Lino Guanciale sostituisce la cinepresa, ora interna e ora esterna alla narrazione, come del resto fanno anche gli altri interpreti che in determinati passaggi, e senza uscire dal proprio ruolo, raccontano se stessi.

La lingua dello spettacolo è il romanesco “ricreato” da Pasolini e usato nel romanzo e nei film e scrupolosamente evitato nei testi teatrali che Pier Paolo scrisse in versi e in un italiano lirico squisitamente borghese, perché alla borghesia si rivolgeva con il suo teatro rituale di parola.

Lo stesso “glossario” pasoliniano, predisposto in appendice al libro per veicolare il mondo popolare a chi popolo non è, diventa nello spettacolo di Popolizio e Trevi uno strumento di teatro epico brechtianamente estraniante, come una didascalia.

Ecco, si teatralizza secondo le regole del romanzo e del cinema e non del teatro di Pasolini. Per “Ragazzi di vita” funziona. Resta il rammarico nel constatare che, nel corso di questa operazione di riscrittura non vi sia più traccia della commovente umanità che in ogni sua cosa Pier Paolo Pasolini ha espresso con tanta poesia. Il pubblico… applaude.